Gli Anelli Mancanti

"...a marzo si fa sera ancora presto"
header


HALF LIFE

racconti, raccontocommenti (6)

Ho conosciuto Eva la mattina dell’Undici Settembre. Il secondo aereo aveva colpito la torre sud e io stavo lì sotto, impietrito, fissando la cima delle Twin Towers avvolta da fiamme e fumo. Intorno ricordo la confusione, la gente che correva in nessuna direzione, il lamento assordante e continuo delle sirene. Ferma sul marciapiede accanto a me c’era lei, come me immobile con la testa rivolta verso l’alto. Mi pareva che noi due fossimo gli unici con i piedi incollati al suolo mentre la gente ci turbinava attorno.
“Lassù c’è mia figlia” disse lei.
Aveva qualche anno meno di me ma gli stessi occhi persi. Le guance erano rigate da lacrime.
Io non piangevo, non ci riuscivo, mi era impossibile capire che cosa stesse succedendo.
“Lassù c’è mia figlia”, ripeté, guardandomi.
“Al centododecimo piano c’è mio figlio”, aggiunsi.
Lei mi strinse il braccio. Non sapeva più che fare, i cellulari non riuscivano a prendere la comunicazione e voleva sua figlia. Il marito stava arrivando da Staten Island ma era certamente bloccato nel traffico.
“Sabrina è la mia unica figlia”.
“Li tireranno fuori, mi creda, stanno facendo il possibile”. Lo dissi pensando al mio Alan, anche lui figlio unico.
“La prego, mi dica che la rivedrò”
Cosa avrei potuto dirle? Che non sarebbe successo?
“Io ne sono certo”.
Dall’alto provenne un rombo crescente ed un susseguirsi di schianti violenti. Guardammo su, contemporaneamente. La torre sud stava collassando su se stessa, un piano dopo l’altro, in un’esplosione di polvere e detriti. Fummo investiti da urla e spintonati da gente in fuga. Anche Eva iniziò ad urlare piegata in due. Non so cosa accadde di preciso ma mi trovai a correre trascinandola letteralmente sull’asfalto, spingendola, strattonandola per le braccia. Superammo un isolato e ci rifugiammo con altra gente in un vicolo. Da lì vedemmo la nuvola di polvere grigia invadere le strade. Poi la nostra vista fu offuscata ed Eva si strinse a me. Le ordinai di premersi un fazzoletto su naso e bocca e sul mio viso utilizzai un lembo della mia camicia per poter continuare a respirare. Riuscii a farla sedere sul bordo del marciapiede. Stette lì ad occhi chiusi, ma non parlava più. Aveva perso entrambe le scarpe, i capelli ridotti ad un cespuglio intricato, le ginocchia sanguinanti. La polvere si depositava su di noi come un leggero velo.
I rumori intorno non potevano essere cessati, ma i miei ricordi ora si fanno più confusi, e alle immagini associo solo uno stato di sospensione o forse, meglio, di vuoto. Eravamo due fantasmi grigi in un vicolo di New York, circondati da migliaia di fantasmi grigi come noi.
Mi rimangono delle istantanee. Il cellulare di Eva che nella borsa inizia a squillare. La seconda torre che crolla e lei che parla col marito mentre questo accade. Altra polvere. L’ambulanza nel vicolo. Due poliziotte che si stringono piangendo. Il marito di Eva che arriva correndo nel suo abito gessato assurdamente pulito. Loro che si abbracciano. Un pompiere trascina un grosso tubo e ci fa spostare. C’è un cane rannicchiato in un angolo, immobile, con gli occhi sbarrati. Il marito di Eva che la aiuta ad alzarsi e la porta via, dietro ad altra gente. Il viso di Eva rigato dalle lacrime che hanno creato dei solchi profondi nella polvere grigia. Un altro pompiere ferito appoggiato al muro e soccorso da un collega.
Mi sono girato e sono andato da un’altra parte, sebbene non ci fosse nessun’altra parte dove andare.

Son dovuti passare due anni prima che la rivedessi. Mi ero trasferito da poco a Boston. Un piccolo appartamento di tre stanze con un caminetto dove avevo deciso di poggiare le foto di mia moglie, morta nel 1984, e di Alan.
Un sabato pomeriggio è squillato il telefono nel mio salotto e quando ho risposto non ho capito chi fosse, almeno non subito. Una voce bassissima e parole scandite lentamente, quasi faticose.
Poi mi ha detto: “Sabrina, mia figlia, era nella torre sud. Come suo figlio Alan”
Ha chiesto di incontrami.
Così ho prenotato un tavolo da Boomer’s per il sabato successivo e mi son trovato lì, nervoso, con mezz’ora di anticipo.
Lei, tristemente elegante, è arrivata all’orario concordato; ci siamo timidamente stretti la mano. Era invecchiata ma chissà com’ero ridotto io. Seduti a quel tavolo abbiamo forse mangiato qualcosa e lei mi ha raccontato della sua vita.
Dall’Undici Settembre di sua figlia non aveva avuto più notizie. Il marito era morto sei mesi dopo di un male incurabile che gli era stato diagnosticato quella stessa estate. Ora Eva era sola. Le ero tornato in mente quando venti giorni prima aveva ricevuto una telefonata da uno dei depositi di Fresh Kills.
“Sì, lo so”, dissi, “sono i depositi dove hanno portato tutto quello che è rimasto delle Twin Towers”.
“Lo sa che stanno ancora catalogando ogni singolo pezzo?”
“L’ho letto”
“Non basteranno dieci anni per inventariare ogni cosa. Comunque mi hanno chiamata e mi sono dovuta presentare il giorno dopo agli uffici centrali di Fresh Kills”
Era emozionata nel raccontarlo, le dita le tremavano appoggiate al tovagliolo.
“Un funzionario gentilissimo mi ha fatto compilare un modulo di ingresso e mi ha accompagnato al magazzino 4. Lì mi è stato detto che avevano ritrovato qualcosa di Sabrina. Al bancone mi è stata consegnata una busta di plastica e dentro c’era questo.”
Lo estrasse dalla borsetta e me lo posò su palmo della mano.
Era un pezzo contorto di plastica che al primo momento non riuscii ad identificare sebbene mi risultasse familiare quantomeno nei residui carbonizzati di colore. Lo girai sull’altro lato e mi accorsi che si trattava di una carta di credito, una Visa per la precisione. Deformata e bruciata per metà della superficie, riportava tre parole ancora leggibili: Sabrina Melissa Waters.
“Questo è ciò che è rimasto di mia figlia”, mi disse, “e lei quel giorno era con me. Ho pensato di rintracciarla perché lei mi è stato vicino quella mattina, perché lei ha vissuto il mio stesso dramma”
Non dissi nulla, non c’era nulla da dire. Le restituii la carta di credito che lei posò in una bustina trasparente.
“Non è stato facile trovarla, ma lei mi aveva detto che suo figlio si chiamava Alan Lewis e da quello ho iniziato la ricerca. Ho fatto centinaia di telefonate e alla fine ho scoperto che si era trasferito a Boston. Così sono arrivata qui”
“Sa, mi fa male vederla. È come se il dolore si rinnovasse”
“Lo immagino, è la stessa cosa per me. Ma dovevo comunque ringraziarla”
“No, guardi, non è il caso….”
“E spero che anche lei abbia ricevuto una telefonata da Fresh Kills”
Mi portai le mani alla bocca e inspirai profondamente. La carta di credito di Sabrina aveva lasciato sulle mie dita tracce del fumo acre dell’incendio che l’aveva deformata. Quell’odore scese nei miei polmoni e mi riempì.
No, le dissi, nessuna telefonata mi era giunta. Di Alan non mi era rimasto nulla.

Io ed Eva ora viviamo insieme. Sono passati sette anni e abbiamo deciso di unire le nostre due mezze vite. Mi sono accorto però che unire due metà non sempre dà un intero. Comunque va bene così, le voglio bene e anche lei me ne vuole. Abbiamo entrambi più di sessant’anni e siamo coscienti che questa è la soluzione migliore.
Nel cassetto del suo comodino vicino al nostro letto c’è sempre la carta di credito di Sabrina. Nel cassetto del mio comodino non c’è ancora nulla. Però spero sempre di ricevere anch’io una telefonata da Fresh Kills e, se sono fortunato, un giorno potrebbe accadere; sicuramente là stanno ancora catalogando un sacco di roba.

Scritto da dingol66
on domenica, 15 giugno 2008 at 18:51

DEPOSIZIONE

racconti, raccontocommenti (10)

Da dove posso cominciare?
Forse dal fatto che io e mia moglie quella sera siamo andati a dormire abbastanza presto, credo verso le undici. Quando è successo ci trovavamo a letto da almeno due ore. Io stavo dormendo, certamente, di un sonno leggero, non agitato, ma nemmeno tranquillo. Forse un presentimento.
Poi è arrivato quel rumore, una specie di ruggito sordo proveniente dal basso. Ho aperto gli occhi mentre il letto iniziava a vibrare, a sollevarsi quasi da terra. Sono rimasto immobile, paralizzato, avevo capito cosa stava succedendo ma il terrore mi deve aver tagliato le gambe. Non è facile da dire, ma mia moglie ha iniziato a urlare e io non sono riuscito a muovere un muscolo rimanendo lì, rigido, con i pugni chiusi sulle lenzuola e il cuore che sembrava una macchinetta impazzita.
Ha cominciato a venire giù tutto. E lì, sicuramente, ho perso i sensi.
Mi sono risvegliato non so quanto dopo, ma era tutto buio e in bocca avevo un sapore come di terra o cemento. Sentivo che il letto era piegato sul mio lato e allungando i piedi ho avvertito che da quella parte c’era qualche cosa che bloccava. Allora ho tastato nel buio muovendo le mani ed ho capito che ero sepolto. Il terremoto aveva fatto crollare il soffitto e probabilmente ora mi trovavo sotto un enorme lastrone di cemento armato ricoperto dalle macerie dei due piani sopra i mio. Avrò avuto sì e no un metro di spazio su di me, ma muovendo le dita verso sinistra sul ruvido di quello che era il soffitto ho percepito che la distanza andava restringendosi dalla parte in cui prima si trovava mia moglie. Poi l’ho sentita tossire. Era scivolata in basso, l’ho sfiorata con la gamba. Dimenticavo di dire che, sebbene costretto in uno spazio ridotto, potevo muovermi senza particolari problemi; sentivo solo un dolore al gomito destro e il senso di umidità lungo l’avambraccio mi indicava che stavo perdendo un po’ di sangue, ma niente di grave, come appurai in seguito.
Comunque mia moglie iniziò a tossire e io a chiamarla, Giulia, stai bene?, Giulia. Allungando la mano riuscii a toccarle i capelli e lei mosse la testa. Ci sono, disse, mi fa male tutto. Mi girai su me stesso e scivolai verso di lei. Mi sembra stupido da dire ma mi trovai vicino al suo viso e le baciai la guancia. Aspetta che controllo come sei messa, le sussurrai. Le mie mani scesero lungo il suo corpo fino ad incontrare quella che doveva essere una grossa trave che la immobilizzava all’altezza del bacino. Ehi, dissi io, sei bloccata bene quaggiù, ma dentro di me sperai che il letto avesse attutito l’urto e creato uno spazio nel quale il corpo di Giulia si fosse come incastrato senza che questo causasse danni ai suoi organi. Mi fa male, continuava a ripetere, e queste parole sembravano rimbombare nell’assurdo silenzio che si era creato là sotto. Allora ebbi un’idea. Tornai verso la mia posizione originaria e infilai le mani, per quanto mi era possibile fare, dato che le macerie mi bloccavano anche quella parte, fino a toccare il pavimento. Ci passava solo il mio braccio e mi preoccupai di muoverlo lentamente fino a raggiungere con le dita quello che stavo cercando. Ero solito appoggiare una mezza bottiglietta di acqua sotto il letto e la utilizzavo per riempire l’umidificatore sopra il calorifero. Ora forse mi sarebbe tornata più utile. La estrassi con calma e, al tatto, valutai che fosse piena quasi della metà. Così, tornando da Giulia, potei appoggiarle alle labbra il collo della bottiglietta e versai. Al buio non fu così facile capire se lo stessi facendo bene ma lei, dopo un paio di colpi di tosse, mi disse grazie e che ne aveva proprio bisogno.
Senti Giulia, qui siamo sepolti e dobbiamo solo aspettare, le dissi, e lei mi chiese solo di tenerle la mano fino a quando non fossero arrivati i soccorsi. Nessuno di noi due aveva idea di quanto tempo avremmo dovuto passare nel buio e in un silenzio che veniva rotto sempre più di rado dai rantolii di piccole scosse di assestamento. Poi terminarono anche queste.
Penso che siano trascorse molte ore, noi parlavamo poco e cercavamo di stare calmi, le dissi che dovevamo risparmiare l’ossigeno e l’acqua poteva tranquillamente bastare. Lei si lamentava solo per le fitte di dolore che le dava la parte bassa del corpo, quella sotto la trave. E faceva caldo. Io sudavo, ma non parlai con Giulia della temperatura, non volevo aggiungere altre ansie al suo stato.
Intorno a noi non c’era più alcun rumore.
Poi venne la fame a tormentarci. Forse un giorno era già trascorso e io potevo solo centellinare l’acqua, ma per il cibo non potevo far nulla. Avevo dei crampi terribili allo stomaco e anche lei ne aveva. Mi disse che era insensibile alla parte bassa del corpo e io cercai di tranquillizzarla, ma quando me lo ripeté per la terza volta mi accorsi che stava piangendo. Non so se accarezzarla servì a qualcosa, ma che potevo fare?
Le ore stavano diventando lunghissime, il buio un’ossessione e il silenzio sottolineava questo incubo continuo.
Sto malissimo, iniziò a ripetere, mi fa male, mi fa male.
Resisti tesoro.
Senza cibo e con l’acqua che stava per finire, con Giulia che ora non ce la faceva più, io non sapevo come comportarmi. Allora mi misi a chiamare aiuto, a cercare di attirare l’attenzione di qualcuno, anche se intorno non c’era nessuno. Sì, non ho problemi ad ammetterlo, anch’io piangevo in quel momento e spero solo che Giulia non se ne sia accorta. Le mie urla, però, non ebbero risposta.
Mi accasciai stremato al suo fianco, le strinsi la mano e mi accorsi che era più fredda, che la sua presa si era indebolita. La fronte invece era bollente. Soffriva e mormorava alcune frasi sconnesse.
Mi disse, Franz, ti prego, fammi morire, non ce la faccio più.
Ora so che in quel momento erano passate quasi sessanta ore dalla scossa terribile che aveva raso al suolo in nostro condominio.
Che stai dicendo, Giulia, fu la mia risposta, tra poco arriverà qualcuno a tirarci fuori.
Voglio solo morire, aiutami, voglio solo morire, aiutami Franz.
Io non le volevo dare ascolto ma lei continuava all’infinito con queste frasi. Non sopportava più la sofferenza, e non voleva chiamare vita quelle ore passate sotto una montagna di cemento armato.
Singhiozzava e io non ce la facevo più a sopportare quella tortura.
Giulia, non so più cosa fare.
Sapete cosa mi rispose? Disse che mi restavano due cose sole, baciarla e trovare il modo di porre fine al suo dolore. E, giuro, nella sua voce c’era la speranza che io trovassi veramente la forza di farlo.
Recuperai uno dei cuscini e mi spostai vicino al suo viso. Non lo vedevo e non lo avrei più rivisto. Così le baciai le labbra secche e percorsi le guance scavate e salate dalle lacrime di quelle ore. Cercai con la mia bocca di ricostruire i suoi tratti, di ricreare in me un'immagine viva della donna che amavo.
Le sue ultime parole furono, ti amo ma ti prego, fallo.
Non so come trovai la forza, appoggiai il cuscino sul suo volto e premetti. Gli spasmi del debole corpo di Giulia si spensero in pochi istanti.
Dentro di me si scatenarono delle fitte lancinanti e, piantato su quel cuscino, iniziai ad urlare. Un urlo continuo, interminabile, mi pareva di vomitare dolore. Giulia, la mia Giulia, non c’era più. Avevo fatto solo ciò che lei aveva chiesto ma il respiro mi mancava e in gola avevo un nodo tremendo .
Non chiedetemi per quanto tempo sono rimasto in quella posizione, forse dieci minuti, non lo so più, forse mezz'ora.
Mi spostai, trascinandomi in un angolo e piansi in quello stesso cuscino. Volevo morire, subito, anch’io.
Invece successe che il rumore di alcune mazzate vibrate contro la trave a cui mi ero appoggiato mi riportò alla realtà. E poi sentii le voci, due distinte almeno, che urlavano, c’è qualcuno?
Risposi, credo, qualcosa e quelli mi sentirono, perché a quel punto le frasi si fecero concitate e capii che mi avevano sentito e stavano arrivando.
Capisce, Vostro Onore? Ci hanno trovati neanche un’ora dopo….

Scritto da dingol66
on giovedì, 05 giugno 2008 at 23:58

IL FINE CHE GIUSTIFICA IL MEZZO

racconti, raccontocommenti (7)

Le luci del Centro di Coordinamento erano state spente dalla sera prima ed ora, alle quattro di mattina, il freddo iniziava a farsi sentire. Boris lo fece notare al suo collega, seduto davanti a lui alla sola postazione illuminata nello stanzone.
“E’ sempre così qui dentro”, gli ripose l’altro, intento a fissare il monitor,”spengono tutto e succede quello che succede”
“Allora potrebbe fare anche più freddo?”
“Beh, siamo all’inizio di novembre, immaginati qui dentro a fare il turno notturno a dicembre o gennaio. Tu sei nuovo, ma ti dovrai portare un barile di the bollente e sperare che qualcuno non ti faccia storie se ti metti in tasca una bottiglietta di vodka”.
“Ma almeno quella…”
“No, senti, ieri sera si è brindato e festeggiato. Ma qui al Centro non è sempre così e l’alcool è vietato, ricordati. Il novantanove per cento delle nostre nottate è sempre uguale ma ti conviene evitare di infrangere le regole. Se ti becca uno dei pezzi grossi ti fa fare una fine che ti ricordi per un bel pezzo.”
Il loro occhi non si staccavano dai numeri che si stampavano in continuazione sui fosfori verdi dello schermo. Boris annotava alcuni dati su un modulo con una matita.
“Senti, Yuri, ma per te è ancora viva?”
Yuri si premette la cuffia sull’orecchio sinistro.
“La sentivo respirare poco fa. Ora c’è un disturbo sulla linea e non sento più nulla”
“E allora?”
“Guarda qui”, disse Yuri appoggiando un dito sullo schermo e voltandosi verso il collega, “il cuore continua a battere. La pressione è bassa ma regolare.”
“Sì, ma quanto potrà resistere in queste condizioni?”
“Non lo so. È stata addestrata a lungo ma non so quale possa essere la sua resistenza”
Boris tossì. Si grattò la testa lanciando lo sguardo su tutti gli altri monitor, ora spenti, del Centro di Coordinamento.
“Certo che guardando questo mortorio non si riesce a credere alla parole di ieri del nostro compagno Khrushchev”
“Che doveva dire? Siamo o no arrivati prima degli americani?”
“Hai ragione, ma essere qui stanotte a controllare se il nostro passeggero è ancora vivo non so se sia da ritenere un successo”
“L’importante è arrivare primi a tutti i costi”, ribatté stizzito Yuri, “e del resto a me non importa”.
“Ma…”
“Sssst… aspetta, aspetta un attimo, sento qualcosa. Si sta lamentando”
I due uomini restarono in silenzio. Boris avvicinò l’orecchio alla stessa cuffia che Yuri aveva sulla testa, cercando di rilevare alcuni dei rumori provenienti dallo spazio. Ebbe tempo di annotare sul suo foglio l’orario con a fianco la dicitura “Lamenti vari” poi segnalò a Yuri i valori della frequenza cardiaca sul monitor.
“Guarda qui, sta diminuendo”
“Lo vedo”
“Ma che temperatura ci può essere lassù?”
“Beh, fuori non so, dentro si rilevano diciotto gradi sotto lo zero”
Anche questo dato venne annotato sul modulo.
“Ma nessuno ha pensato a come riportarla giù?”
“E perché?”
“Cosa fai, la mandi nello spazio e poi la lasci là?”
“Senti, non me ne frega niente, forse costava troppo e poi dovevamo essere più rapidi degli americani”
“Mi pare un po’ crudele, però”
“Ci sono delle situazioni per le quali i sentimenti passano in secondo piano. Questa è la nostra occasione per far vedere al mondo chi siamo”
L’orgoglio nazionale fu l’argomento che mise a tacere le flebili proteste.
Yuri ne approfittò per bere del the, si pulì la bocca nella manica della camicia e ruotò la sua sedia verso Boris.
“Vuoi prendere un po’ il mio posto? Vado un attimo in bagno”
“Vai pure, ci penso io”
Passarono cinque minuti nei quali Boris non rilevò variazioni sensibili tra i dati sullo schermo. In cuffia non si udiva che un ronzio di fondo. Poi si accorse che la pressione sanguigna stava diminuendo nuovamente.
“Novità?”, chiese Yuri di ritorno dal bagno.
“Non so, mi sembra che stia peggiorando”
Boris si alzò dalla poltrona lasciando il posto al collega, “Prova a sentire tu”
Silenzio. Yuri corrugò la fronte e con una matita indicò uno dei valori sul monitor: “Guarda qui, sono troppo bassi”
“E secondo il protocollo che dobbiamo fare ora?”
Entrambi si spostarono sulla scrivania a fianco dove un grosso pacco di fogli grigi, rozzamente rilegati con lo spago, fu sfogliato rapidamente.
“Qui”, disse Yuri picchiando il dito sui fogli,”leggi qui”
“C’è scritto che dobbiamo chiamarla per risvegliarla”
“Chiamarla?”
“Sì, chiamarla”
“Ma…”
“Dobbiamo chiamarla e basta”
Yuri riprese la sua postazione, indossò la cuffia e pigiò alcuni pulsanti in rapida successione. Si avvicinò al microfono schiarendosi la voce e volgendo lo sguardo a Boris: “Base chiama Sputnik, base chiama Sputnik, rispondi Laika, rispondi Laika”
Seguendo il rigido protocollo ripeté per dieci lunghi minuti la stessa frase mentre Boris annotava i secondi esatti in cui ciò accadeva.
“Niente”, disse alla fine Yuri, “Non sento nulla e i valori sono quasi a zero”
“Che dobbiamo fare?”
“Niente, segnati l’ora, Boris, e poi tiraci una riga sotto”
“Ma non riproviamo a chiamarla?
“Cosa vuoi?”, Yuri scattò in piedi, “Che mi metta anche ad abbaiare per farmi capire da lei?”
“Allora siamo stati qui tutta la notte ad aspettare che morisse, vero?”
“Sì, leggi il protocollo, ci vuole poco a capirlo”
“E non pensi…”
“Io non penso, cazzo. Siamo arrivati primi e questo mi basta. E poi era solo una bastarda”

NOTA: Il primo essere vivente inviato nello spazio fu la cagnetta Laika che, il 3 novembre 1957, venne lanciato in orbita a bordo dello Sputnik 2. L’Unione Sovietica riuscì così a battere sul tempo gli Stati Uniti in quella fase critica della corsa alla conquista dello spazio. Sullo Sputnik 2 non era però previsto alcun modulo per il rientro sulla terra.

Scritto da dingol66
on domenica, 25 maggio 2008 at 21:23

ZIA LIA

racconti, raccontocommenti (11)

Ecco, i gomiti mi si sono attaccati alla cerata.
Succede sempre così, bastano dieci minuti a questo tavolo che il tempo si dimentica di passare. C’è il sottofondo della pendola col suo tic tac che si fa sempre più molle. E quando il ticchettio mi pare raggiunga il vertice della più esasperante lentezza, so allora che il sudore lungo le braccia ha provveduto a fare da collante tra i gomiti e l’odiosa cerata, una di quelle con su la frutta, che la zia deve aver preso quasi certamente al mercato.
Sul tavolo della zia c’è sempre stata una cerata, almeno da quando io ne ho memoria; forse il motivo dei disegni sarà stato leggermente diverso negli anni, ma il senso di appiccicaticcio che mi risale le braccia appoggiate a questo tavolo è lo stesso di quindici anni fa, quando portavo calzoni cortissimi e venivo a trovare la zia solo se mamma aveva la malaugurata idea di ripormi nel seggiolino attaccato al manubrio della bicicletta e di pedalare fin qui.
Anche la zia è sempre la stessa. O forse io la vedo come tale.
Posso dirlo? È vecchia. E non riesco a ricordarla diversa da così. I capelli eternamente grigi, sempre vestita di nero, col grembiule a fiori con due tasche gonfie di qualcosa. Questa è la zia.
“Sei sempre bravo a scuola?”, mi chiede sfregando lentamente tra di loro le mani coperte di rughe
“Sì, zia”
“Ma sei capoclasse?”
Non voglio ricordarle che per me, a diciannove anni, in quinta superiore, il capoclasse è una figura che è esiste solo nel museo delle cere della storia scolastica, un po’ come l’ispettore che veniva dal ministero o le pergamene dorate che a fine anno si assegnavano ai primi della classe. Me lo ha già chiesto un sacco di altre volte e cosa risponderle se non una balla un po’ pietosa ma innocente?
“Sì, mi hanno nominato anche quest’anno”
“Bravo, bravo”
E poi di nuovo una pausa con la pendola maledetta che prende il sopravvento nell’atmosfera della stanza.
La zia ha due lunghi peli che spuntano dal mento e ne ha un altro, evidentissimo, sulla flaccida guancia sinistra. Evito garbatamente di fissare quei peli e cerco di concentrare lo sguardo sui suoi occhi infossati che, tra l’altro, sono della tonalità di grigio dei capelli. Le sue pupille in realtà sono un po’ spente e non capisco se lei mi stia fissando, ma le sorrido e attendo che qualcosa si risvegli.
“Vai sempre d’accordo con tuo fratello?”
“Certo zia, andiamo molto d’accordo ora”
Luca, mio fratello, è iscritto al secondo anno di giurisprudenza, ha la morosa da un pezzo ed ha altro a cui pensare che litigare con me. E ho detto tutto.
“E anche a casa”, aggiungo, “va tutto bene”.
La zia annuisce, muove il capo lentamente avanti e indietro al ritmo della pendola e l’aria ora mi pare addirittura più statica del solito. Qui dentro tutto sa di vecchio, non solo lei, poverina, col suo odore rinsecchito. La frutta nel piatto sul tavolo, mele e arance, presenta delle rughe che potrebbero fare a gara con quelle che la zia ha sulla fronte. E poi mi fisso con i piccioli delle mele che si ergono neri dai frutti. Cazzo, penso, ma sono uguali ai peli che la zia ha in faccia.
Mi devo trattenere, dai, tra qualche minuto terminerà questo supplizio. Devo solo essere paziente in queste assurde pause. Allora faccio scivolare gli occhi dalla frutta al calendario di Frate Indovino, che pare immobile da anni sulla parete, poi al pacco di Famiglia Cristiana, vicino alla poltrona verde, che trovo stranamente disordinate in una pila instabile; in cima la zia ha lasciato appoggiati gli occhiali da lettura. Dietro la poltrona ci sono le foto dei morti, tutte in bianco e nero. Sono facce di probabili parenti che non ho mai conosciuto di cui non mi azzardo a chiedere informazioni; vorrei evitare lunghe ricostruzioni di catene di nomi condite da “era figlio di”, da “poi ha sposato” e “il cugino della sorella di tuo nonno”. Faccio sempre finta di conoscerli tutti e, salomonicamente, non faccio torto a nessuno.
Se devo essere onesto so identificare lo zio Aldino, marito della zia, possessore di poderosi baffoni neri, morto da secoli e che io non ho mai avuto il piacere di incontrare. La zia porta la stessa foto appesa alla catenina che le pende tra le rughe del collo ed è facile anche per me essere certo del grado di parentela. Sugli altri, invece, mi tengo i miei dubbi.
La zia si rianima all'improvviso e si fruga le tasche del grembiule. So cosa mi aspetta, è una tappa della visita alla quale non posso sottrarmi.
Sul tavolo, dalla sua mano sinistra, viene rovesciata una manciata di terribili caramelle alla menta, quelle che io e Luca abbiamo sempre chiamato “le verdine”. Io odio queste caramelle e non so dove la zia le abbia acquistate nel più remoto passato anche perché credo che nessuno abbia più il coraggio di mettere in vendita queste porcherie. So anche che una la dovrò mangiare qui, davanti a lei. Le altre le potrò buttare via non appena fuori.
“Dai, Franco, mangia una caramella”
“Sì, una la mangio volentieri. Le altre le metto in tasca per dopo”
“Bravo, bravo”
Scarto la verdina e mi si appiccica la carta trasparente alle dita. L’odore pungente di menta mi resterà attaccato alle mani fino a stasera. E poi devo mangiarla e, giuro, ho sempre pensato che masticare una supposta deve essere meno vomitevole. Così, sorridendo alla zia, sgranocchio la mia verdina e inghiotto rapidamente. Le altre le faccio sparire dalla cerata infilandole in tasca.
“Grazie zia”
Lei sorride. Poi si fruga nella manica ed estrae il fazzoletto marroncino più spiegazzato della storia. Non è un bel vedere mentre si strofina il grosso naso.
“Beh, ora dovrei andare perché ho da studiare per domani”
“Certo, devi studiare”
La zia Lia torna a frugare nel grembiule. Questa volta fa apparire un biglietto da cinquanta euro ripiegato più volte su se stesso e lo fa scivolare sulla cerata verso di me.
“Prendi questi e mettili via coi tuoi risparmi”
“Ma no, dai zia, non posso”
“Prendi la mancia, dai, ma non spenderli in stupidate”
Siamo al momento finale. Mi faccio un po’ pregare ma poi infilo in tasca il bigliettone. Così ho compiuto la missione. Posso finalmente alzarmi e scollare i gomiti dalla cerata. La zia, sempre seduta, ora mi segue con uno sguardo come di attesa.
“Allora vado. Ti saluto la mamma e il papà e anche Luca, va bene?”.
Fa segno di sì con la testa. Mi sorride mostrandomi tante gengive e l’assenza di tutti gli incisivi dall’arco dentale.
“Grazie ancora di tutto zia, anche della mancia, ma non dovevi disturbarti”.
Lei rimane lì a guardarmi dal basso in alto, minuscola sulla sua seggiolina. E io so come vorrebbe che andasse a finire.
Sorrido, e un imbarazzo leggero si affaccia, come sempre, alle mie labbra.
La bacio o non la bacio?


Scritto da dingol66
on venerdì, 09 maggio 2008 at 23:04

PARADISO TERRESTRE

racconti, raccontocommenti (15)

Ieri sera mi sono accorto del momento esatto in cui qualcosa ha cominciato a non funzionare. Tornavo dal lavoro, saranno state le sette o giù di lì. A quell’ora la metropolitana è abbastanza affollata. Tutti che tornano a casa e io in mezzo a loro. Per farla breve, c’era un sacco di gente e nella calca si stava in piedi, con i sobbalzi del vagone e quel miscuglio di sudori che regna sovrano su tutte le teste. Scendere alla mia fermata e passare i tornelli è stato come tutte le altre volte. Invece salendo le scale ho avuto la precisa sensazione dell’istante in cui le cose hanno iniziato a cambiare. Ho visto, e quando dico visto intendo che mi si è presentata davanti agli occhi un’immagine perfettamente definita dell’organo che ho dentro il cranio, dicevo, ho visto il mio cervello che inviava tutti i vari impulsi, volontari e involontari, come fossero vagoncini su rotaie di nervi ramificate a tutte le zone del mio corpo. E uno di questi, un vagoncino tra quelli involontari che trasferiscono il comando al battito cardiaco, l’ho visto uscire al contrario dal cervello. L’ho seguito lungo la spina dorsale, mentre scendeva rapido dietro gli altri che affrontavano sferragliando gli scambi e le diramazioni nervose, ognuno diretto verso una ben definita meta. E io salivo i miei gradini e lo vedevo chiaramente, come una sovrapposizione d’immagine che, stranamente, non mi procurava preoccupazioni, quasi fosse una cosa normale.
E poi il botto. Mi trovavo a metà della scala d’uscita dal metrò, con i rumori della città serale che già mi stavano per avvolgere. E lì vedo questo carrellino anomalo che raggiunge il cuore, produce scintille sulle ultime curve nervose e si schianta contro le pareti del mio organo. Dietro di lui gli altri carrelli, regolari in forma e dimensioni, stanno arrivando a portare il loro impulso usuale, ma la strada è bloccata, cazzo, e io non posso fare nulla mentre lo schianto all’imbocco del cuore sta per rivelarsi in tutta la sua pericolosità. Non ho modo di frenarli e non ho nemmeno il tempo di urlare al pericolo. Ecco quello che ho chiamato il botto, un tremendo tamponamento, lamiere che si accartocciano contro la parete esterna del ventricolo sinistro e un dolore straziante nel petto.
È facile capire che gli impulsi hanno smesso di colpo di raggiungere il mio cuore. E io lì, immobile con i piedi su due gradini diversi, nel naturale gesto di salire, che vedo la vita fermarsi, la vita fatta di sangue che scorre, di polmoni che si gonfiano e sgonfiano, di ghiandole che producono, di muscoli e delle loro contrazioni. Tutto diventa un’istantanea che vedo sfocarsi a poco a poco.
Forse sono caduto a terra rotolando all’indietro, forse mi sono solo afflosciato aggrappandomi ai miei due gradini come se fossero lo scoglio più naturale per non farmi strappare alla vita. L’ultima certezza l’ho affidata all’ultimo pensiero: “Io muoio”.

Ora sono qui, il mio corpo non lo sento, non ha peso. Però c’è silenzio profondo e tanta luce. Ho aperto gli occhi lentamente e la luce era lontana, ma si è fatta più forte e più vicina senza che io mi muovessi e mi ha avvolto facendomi sentire meglio. Amo la luce, soprattutto se è come questa, calda e diffusa.
So di essere appena arrivato. Ogni tanto figure banche ed eteree si muovono attorno a me, ne avverto la presenza. Non riesco a metterle a fuoco, per ora sono solo ombre, ma intuisco la misura dei loro gesti.
Che pensieri ho in questo momento? La verità è che non ne ho e non mi interessa nemmeno averne. Non mi preoccupa più il carrellino che ha provocato il botto, come non ha più senso l’assillo del mutuo sull’appartamento o della busta paga un po’ magra a fine mese. È vero, mi mancano i bambini e un po’ anche mia moglie, ma la serenità dentro e intorno a me è talmente uniforme che mi io mi sento già parte di questa luce. Ecco, forse sono semplicemente felice.

Una delle figure bianche mi si è avvicinata. Le parlo ma dalla mia bocca non esce alcun suono a violare il silenzio. Eppure dai sui occhi azzurri capisco che mi ha sentito, che ho comunicato senza usare la voce, forse solo con il pensiero. Vedo il suo sorriso allargarsi. E infine ritorno a sentire dei suoni:
“A France’, chiama er primario che questo s’è svegliato”.
Oh cazzo, vi prego, lasciatemi ancora qui, non voglio tornare indietro. Lasciatemi restare con la speranza che “primario” sia uno dei tanti modi con cui quassù sono soliti chiamare il Creatore.

Scritto da dingol66
on domenica, 27 aprile 2008 at 22:33

L'ELOGIO DI UNA SOLITUDINE

racconti, raccontocommenti (8)

Tom si sdraiò sotto il salice che erano le tre del pomeriggio. Era giunto fin lì in motorino, percorrendo l’argine inferiore del Po lungo la strada sterrata che dal paese seguiva il corso del fiume verso ovest e che poi piegava decisamente attraverso la campagna seguendo una traccia sempre più debole fino a raggiungere la radura nella quale sorgeva la vecchia pianta. Preso lo zainetto dal motorino, Tom si era guardato intorno inspirando profondamente l’aria calda e ferma di luglio. Nessun rumore sulla campagna se non il fruscio dell’erba mossa dal vento e quell’atmosfera da pomeriggio estivo domenicale nel quale il sole smorza i sensi e le ore dilatano la loro durata, con gli amici in vacanza e la scuola un pensiero lontano.
Aveva compiuto diciotto anni da una settimana.
 
Tom prese un libro, spense il cellulare, si sistemò lo zainetto sotto la testa e si sdraiò all’ombra del salice. Rilassò i muscoli al contatto con l’erba morbida e aprì il libro. Aveva deciso di dedicare il pomeriggio di ozio alla lettura. Teneva tra le mani L’elogio di ogni solitudine di Roger Keith-B. la cui copertina nera e le oltre cinquecento pagine, ricche di illustrazioni cupe tracciate dall’autore, gli avevano procurato un misto di curiosità e soggezione, forse paura di perdersi nei meandri della mente di uno scrittore famoso e maledetto che dell’emarginazione aveva fatto la sua ragione di vita. Il frontespizio recava una frase dello stesso Keith-B. che diceva:
  “È terribilmente cortese da parte tua pensare a me qui
E ti sono veramente grato per aver chiarito
Che io non sono qui”.
Tenere in mano un’opera così nota e controversa, aver letto una frase di introduzione così misteriosa aveva spinto Tom a superare le perplessità e dare spazio alla sua voglia di conoscere le ragioni di un tale amore per l’alienazione. Appoggiò il volume sul petto e iniziò la lettura. Lo sfregare delle pagine sulla camicia man mano che venivano lette e girate divenne il battito cadenzato del suo pomeriggio sotto il salice.
 
Tom si addormentò.
 
Tom si svegliò un anno dopo.
Poggiato sul petto, il volume di Keith-B. era aperto a pagina sessantasei. Tom si stirò i muscoli indolenziti dal lunghissimo sonno passandosi poi le mani tra la barba ormai lunga ed ispida. Sollevato il libro cercò di ricordarne qualche contenuto senza riuscirci ma forse, pensò, non era così importante. Così decise di alzarsi, rendendosi immediatamente conto della difficoltà di rimanere in equilibrio dopo tanto tempo. Ci volle un po’ per scrollarsi di dosso la polvere e qualche ragnatela. Alla fine riaprì lo zaino, ripose il libro e prese il cellulare. Accendendolo ebbe modo di misurare scientificamente la propria solitudine. Il display, dopo un tempo di avvio che gli parve lunghissimo, restò grigio e muto non registrando, negli ultimi dodici mesi, alcun messaggio né alcuna chiamata.
Da allora Tom non sa come sia per gli altri, ma sa che per lui grigio è il colore della solitudine e muto è il suo suono.
E lo sa da quando aveva diciannove anni ed una settimana.
 

Scritto da dingol66
on martedì, 15 aprile 2008 at 11:36

I PRIMI PASSI DI UN'INDAGINE

racconti, raccontocommenti (9)

-          Allora signorina, il suo nome?

-          Anna

-          Aspetti che sto metto a posto gli spazi. Cognome?

-          Cagnani.

-          Allora, Anna Cagnani. Quasi come l’attrice. Non le chiedo se siete parenti, eh.

-          Ecco, non me lo chieda. Anche perché quella aveva la emme.

-          Lo so, cosa crede. Era con la emme nel cognome.

-          Anche perché fare entrare la emme nel mio nome era un po’ difficile.

-          Signorina, senta, non faccia la spiritosa che qui stiamo lavorando.

-          Ha ragione, mi scusi ma sono un po’ tesa

-          E veda di stare un po’ calma, allora. È nata a?

-          Milano

-          Il?

-          Nove maggio millenovecentosettantasei.

-          Residente a?

-          Milano

-          Via?

-          Bossini

-          Numero?

-          Quarantaquattro

-          Mi fa vedere un documento?

-          Ma se sono qui per lo scippo della mia borsetta vuol dire che mi hanno portato via anche i documenti

-          Beh, magari li teneva in un’altra tasca

-          Purtroppo no. Comunque non ho con me un documento. Si dovrà fidare di quello che dico.

-          Va bene. Allora dopo lo scriviamo. Cominciamo, signorina Cagnani, cosa vogliamo denunciare?

-          Sono stata scippata.

-          Quando?

-          Oggi pomeriggio verso le sedici.

-          Dove si trovava?

-          In Piazza Duomo

-          E com’è successo?

-          Niente, stavo davanti ad una vetrina ed ho sentito uno strattone che quasi mi fa finire per terra. E uno mi ha rubato la borsetta.

-          Sa chi è stato?

-          E come faccio a saperlo?

-          Magari lo aveva già visto

-          Certo, adesso conosco tutti gli scippatori di Milano.

-          Mica lo deve conoscere, signorina. Magari era un viso che aveva già visto.

-          No, era un perfetto sconosciuto. Anzi, non so nemmeno se l’ho visto in faccia.

-          E come fa a non saperlo?

-          Ma insomma, cazzo, è stato un attimo…

-          Signorina, non dica cazzo, moderi i termini.

-          Scusi. È stato un attimo, sono stata colta di sorpresa e poi quello è sparito.

-          Va bene, allora scrivo che non l’ha visto

-          E lo scriva.

-          Ha qualche particolare dello scippatore da evidenziare?

-          Se ha appena scritto che non l’ho visto?

-          Lo so, ma magari si ricorda se aveva i capelli lunghi o era uno straniero

-          Mi sembra avesse un cappellino, forse blu scuro.

-          Questo è molto importante, vede.

-          Immagino

-          Cosa immagina?

-          Che ora farete una maxiretata di tutti i cappellini blu di Milano e provincia.

-          Non le sembra di essere un po’ irriverente?

-          Ma insomma, mi sembra che stiamo parlando di cose inutili.

-          Senta, qui nulla è inutile e sono tutti particolari validi per le indagini.

-          Comunque non ho avuto modo di vedere altri particolari oltre al cappellino

-          E le ha preso la borsetta. Che tipo di borsetta era?

-          Vuole la marca?

-          No, deve descrivermela, così la denuncia è circostanziata.

-          Era di medie dimensioni, marrone, con la tracolla.

-          Era nuova?

-          Beh, per me una borsa comprata l’anno scorso è ancora nuova. Non so per lei.

-          Allora scrivo che era nuova

-          E scriva anche questo.

-          Signorina, la devo pregare di smetterla con tutta questa ironia. Le ripeto che stiamo lavorando.

-          Scusi.

-          E non si scusi più. Mi dica invece cosa conteneva la borsetta che così potrà anche far rifare i documenti.

-          C’era un portafoglio coi documenti

-          E del contante?

-          Sì, cento o forse duecento euro.

-          Tra cento e duecento è il doppio

-          Lo so, ma potrebbe scrivere che la vittima non ricorda bene, anche perché è la verità.

-          E che documenti aveva, signorina, sempre che lei si ricordi.

-          Carta d’identità, patente e codice fiscale. La carta di credito e il bancomat li ho già bloccati. Ho anche la carta rilasciata dalla banca con gli estremi.

-          Aspetti che li copio.

-          E poi il cellulare, anche quello già bloccato

-          Va bene, c’era altro?

-          Un libro e un po’ di trucchi.

-          Che libro era?

-          Cambia qualcosa?

-          È una curiosità

-          Ah, pensavo che sapere il titolo aiutasse a risalire al colpevole.

-          È solo una informazione in più.

-          Magari adesso lo scippatore cappellato è ai giardinetti a leggersi il mio libro.

-          Senta signorina, devo comunque dirle che sarà difficile che lo prendiamo.

-          Immaginavo, ma almeno la denuncia mi permette di rifare i documenti.

-          E poi ci ha dato così pochi elementi…

-          Ma scusi, che devo fare la prossima volta? Mi porto una macchina fotografica?

-          Signorina si sta scaldando di nuovo, devo pregarla di stare calma altrimenti non terminiamo la denuncia e la faccio tornare un’altra volta.

-          Ok, ma spero che abbiamo finito.

-          Ora terminiamo. Devo aggiungere allora che lei non ha idea di chi sia il colpevole. Resterà una denuncia contro ignoti.

-          Ma è la verità, non posso dire altro.

-          Io lo devo scrivere e lei dovrà controfirmare.

-          E lo scriva.

-          La vittima vuole aggiungere qualche commento?

-          Posso aggiungere qualsiasi cosa?

-          La devo pregare di non essere volgare.

-          Ma per chi mi prende?

-          È lei che fino ad ora è stata un po’ nervosa.

-          Ma mica vengo a dirle di aggiungere un vaffa in calce alla denuncia. Dai, siamo almeno un po’ seri.

-          Stando alla mia esperienza ne ho sentite anche di peggio, perciò mi dica se vuole che metta un commento, meglio se non volgare, e così finiamo.

-          Allora, scriva solo che tutta questa storia della denuncia mi è sembrata un po’ kafkiana.

-          Io lo scrivo, poi veda lei.

-          Guardi che non è una parolaccia.

-          Mi sta dando dell’ignorante? Farò finta di non averla sentita. Allora scrivo così: “La vittima sostiene che trattasi di denuncia con caratteristica…”?

-          Kafkiana.

-          Lo metto con la C?

 

 

Scritto da dingol66
on giovedì, 27 marzo 2008 at 08:19

TECNICISMI

racconti, raccontocommenti (6)

I due stavano seduti al tavolino da alcuni minuti. Lui elegante, in giacca scura e cravatta, stava appoggiato sui gomiti tenendo tra le mani gli occhiali da sole. Lei era decisamente più giovane. Indossava pantaloni sportivi e una maglietta nera. I lunghi capelli biondi erano raccolti una coda che ondeggiava seguendo i movimenti del capo.

Era tardo pomeriggio e la gente che passeggiava all’interno del centro commerciale, poca per la verità, non fece molto caso a loro seduti fuori dal bar della piazza centrale.

“Sapevi che sarei venuto”, disse lui.

“Continuo a pensare che non dovevi”

“Ho solo spostato due appuntamenti, preso l’auto e in mezz’ora sono arrivato qui”

Lei sorrise. Sollevò lo sguardo oltre la testa di lui e si guardò intorno. Poi tornò a guardarlo e gli sfiorò la mano con la punta delle dita.

Lui riprese: “Abbiamo così poche occasioni per vederci che questa l’ho presa al volo”

“Mi manchi, Marcello, mi manchi tanto”. La voce di lei era sottilissima, ma la frase non era intrisa di malinconia bensì della dolcezza di un momento così intimo.

“Ora sono qui, godiamoci questi minuti”

Sorseggiarono un caffè. Parlando si sorrisero in continuazione.

Il sole si abbassò oltre le vetrate del centro commerciale. Il traffico stava aumentando sulla strada di fronte mentre la gente iniziava ad uscire dagli uffici.

Marcello indicò un ragazzo di fronte ad una vetrina che stava alle spalle della ragazza: “E quello non somiglia a tuo cognato?”

Lei si girò: “Ma no”, disse, “mio cognato sarà più alto di almeno una spanna”

“E se fosse stato lui?”

La ragazza fece una smorfia. “Se fosse stato lui e mi avesse visto, ce lo saremmo sicuramente ritrovato qui seduto al tavolo.”.

Fece ondeggiare le mani in aria: “Io sarei diventata di mille colori e lui avrebbe mi avrebbe detto – Ciao Silvana, che ci fai qui? Non dovresti essere al lavoro?  Non stai bene? Hai qualcosa da raccontarmi? - E tutto questo lo avrebbe detto a raffica senza smettere di torturarmi il gomito con le sue manone”.

“Sempre con quel vizio di mettere le mani addosso”, aggiunse Marcello.

“Sì, e poi gli avrei dovuto dire perchè ero qui e che il nostro incontro è stato fortuito”

“Beh, dai, tutto sommato è stato casuale”

“La casualità è un’altra cosa Marcello, avevamo voglia di incontrarci e basta. È stata un’occasione e l’abbiamo presa al volo”

“E io ne sono ben felice”

“Anch’io”

Si avvicinò a Marcello e lo baciò teneramente sulla guancia. Lui continuò a guardare il tipo davanti alla vetrina alle spalle di lei.

“Ti ho già detto che il tuo profumo mi piace un sacco?”, gli sussurrò Silvana staccandosi.

“Sì”, rispose lui, “ma dimmelo ancora”

Pronunciò le ultime parole tenendo la mano su quella di lei, tra le due tazzine di caffè. La accarezzò per qualche istante fissandole il sorriso sulle labbra.

Poi abbassò gli occhi sul tavolino, scostò il polsino e controllò l’ora.

“Ora è meglio che andiamo, si è fatto tardi”

Abbandonò le dita di lei e si alzò. Si avviò alla cassa.

Fu di ritorno dopo pochi minuti. Silvana aveva raccolto la sua borsa da terra, si era alzata a sua volta e lo attendeva in piedi a fianco del tavolino.

Si incamminarono verso all’ascensore in fondo al corridoio del centro commerciale.

Marcello le indicò le scale: “Passiamo di lì, tanto dobbiamo solo arrivare al parcheggio al piano di sopra”.

Lei annuì e lo seguì verso i primi gradini.

Salirono fino al pianerottolo, poi Marcello le tese la mano e lei la afferrò. La rampa di scale successiva la affrontarono fianco a fianco, senza dire parole.

Giunsero alla porta che si apriva sul parcheggio. Il sole era calato oltre l’orizzonte dei palazzi e la poca luce rossastra rimbalzò sulle vetrate. Marcello strinse più forte la mano di Silvana e lei si bloccò. La attirò a sé fino a che i loro visi furono ad un palmo. Poi la baciò. Silvana si spinse verso il corpo di lui e gli circondò il collo con le braccia. Fecero due passi abbracciati e la schiena di lei si trovò appoggiata alla parete.

Nel silenzio delle scale continuarono a baciarsi.

Infine restarono con la fronte appoggiata uno all’altra fissandosi negli occhi.

Silvana respirava affannosamente. “Devo farti una domanda”, disse.

Lui non fiatò. Attirò a se fianchi della ragazza e le scivolò sul collo. Lei ebbe un sussulto.

Tenne la guancia appoggiata a quella di Marcello e inspirò nuovamente a fondo il suo profumo. “Volevo solo chiederti.... noi siamo amanti?”

Marcello inarcò le sopracciglia ma non si staccò dal suo viso. Bisbigliò a pochi centimetri dal suo orecchio: “Sì, tecnicamente direi di sì. Siamo sposati, tu hai la tua famiglia e io la mia. Direi proprio che ci possiamo definire amanti”

“Non mi piace questa parola”, disse Silvana scostandolo.

Lui ne scrutò l’espressione e aggiunse: “Può anche non  piacere, ma etimologicamente vuole solo dire che ci amiamo”

“Ma tutti pensano ad altro pronunciando quella parola”

“La sua accezione più usata è negativa”, disse lui, “perché tutti la associano a tradimento. Io, se gli amanti siamo noi, so che parlo di amore”

Avvicinò le labbra a quelle di Silvana e lei ricambiò il nuovo bacio.


Uscirono nel parcheggio dopo alcuni minuti. Era già buio.

Si diressero da parti opposte per raggiungere le loro auto e l’ultimo saluto che si concessero all’aperto fu una mano agitata piano dietro un finestrino.

Poi presero la via delle rispettive case, in due paesi diversi.

 

Scritto da dingol66
on lunedì, 24 marzo 2008 at 21:10

ORATORIO

racconti, raccontocommenti

“Porca di una porca troia”, urlò Francesco all’improvviso, balzando giù dal muretto, “mi hai fatto cadere la sigaretta sui pantaloni, testa di cazzo”.
Si spazzolò con foga all’altezza del ginocchio.
Giovanni e gli altri due risero.
Francesco si fermò per un attimo. Gli occhi scuri fissarono minacciosi i compagni mentre la bocca assumeva una smorfia contratta: “Sentite deficienti, andate a cagare. Provate ancora a ridere e vi faccio passare la voglia di sedervi a forza di riempirvi il culo di calci”.
“E dai, pistola, mica l’ho fatto apposta”
“Se è per la sigaretta te la ridò io”, aggiunse Giorgio indicando con la punta del piede il mozzicone caduto nella pozzanghera. Era il più piccolo del gruppo e gli era stato appioppato il soprannome di Pipì non a causa di problematiche fisiologiche, ma per abbreviare l’appellativo, creato in prima media l’anno precedente dalle compagne di classe, di Piccolo Principe. Aveva con sé sempre più soldi e più sigarette degli altri e al gruppo faceva comodo.
“Andate a farvi fottere con questi scherzi del cazzo”
Pipì gli allungò comunque una sigaretta e Francesco la prese con rabbia. La accese con un gesto sapiente, coprendo con la mano la fiamma dell’accendino e aspirando una prima profonda boccata. Soffiò una abbondante nube di fumo e tornò a sedersi sul muretto. Poi si rivolse a Giovanni.
“Per farti perdonare questa cazzata adesso mi offri qualcosa di forte al bar”
“Vuoi una bombetta? Sarebbe la terza stamattina.”
“Hai paura che mi ubriaco?”.
“Ma chi se ne frega, se ne vuoi te la porto, sarà mica per una bombetta che vado in rovina. È  solo che sono le undici e mezza di mattina e se poi torni a casa ti fanno un culo tanto”
“Sentite, io non ho i vostri problemi e faccio quello che voglio”
Alberto, che stava ripulendosi gli occhiali, si rivolse a Giovanni con voce come sempre monotona: “Dammi i soldi dai, vado io a prendere la bombetta se no questo qua non la smette di rompere i coglioni”
“Ehi Pipì, daglieli tu, dai” disse Giovanni.
Pipì si frugò nelle tasche dei jeans e ne estrasse uno stropicciato biglietto da dieci euro. Lo consegnò ad Alberto che scavalcò il muretto e si diresse con indolenza verso il bar, facendo uno slalom tra le pozzanghere illuminate dal sole della domenica mattina di marzo.
Gli altri tre rimasero in silenzio seduti coi piedi penzolanti dal muretto. Francesco fumava e si sporgeva per esaminare l’imbocco della via che proveniva dalla piazza della chiesa. La strada era deserta.
Giovanni riprese: “E oggi pomeriggio che facciamo?”
Nessuno rispose.
“E dai, nessuno ha un’idea?”
Senza distogliere lo sguardo dall’imbocco della via, Francesco disse: “Io vengo qui oggi, c’è modo di incontrare tua cugina Rossana e le sue due amiche. Tu che fai, Pipì?”
“Io ci sto, ci vediamo qui verso le tre. Tanto ho il motorino rotto e non posso andare in giro”
“Allora ci vediamo qui”, disse Giovanni, “ma non attacchiamoci tutto il giorno a Rosanna che a me non me ne frega tanto e le sue amiche sono anche scorfani”
Pipì rise. Alberto di ritorno dal bar porse a Francesco un bicchiere di plastica contenente un liquido rosso. Si sedette in fianco agli altri e disse: “Francesco se la vuole fare la tua cuginetta, ma non può pretendere che noi ci facciamo i due scorfani per fare piacere a lui.”
I ragazzi si lasciarono andare ad una fragorosa risata.
“Fate quello che volete, io vengo qua”, ribadì Francesco.
“Deve essere finita la messa”, annunciò Pipì, “vedo della gente in fondo alla strada”
Risalivano la via alcune figure. Provenivano dalla piazza della chiesa ed erano accompagnati dal rintocco delle campane che segnalavano il temine della funzione domenicale.
“È finita, è finita. Possiamo riaccendere i cellulari” confermò Giovanni.
I quattro ragazzi frugarono i propri giubbotti e quasi contemporaneamente estrassero i telefoni ed armeggiarono sui tasti.
Ripresero a guardare la gente per la strada.
Francesco indicò due ragazzini che camminavano affiancati sul marciapiede: “Non sono mica Giacomino e suo fratello quei due?”. Gli altri confermarono. “Ehi, Giacomino. Venite qua un secondo”, urlò agitando la mano che reggeva la sigaretta. Poi trangugiò la bombetta, accartocciò il bicchiere e se lo buttò alle spalle, oltre il muretto.
I due ragazzini si avvicinarono. Indossavano dei pantaloni bianchi e giubbotti a righe identici. Francesco aspirò dalla sigaretta, soffiò dal naso il fumo e appoggiò il braccio sulla spalla di Giacomino, il più grande dei due.
“Senti, amico”, gli disse “ho bisogno di un’informazione rapida”
“Fammi fare un tiro e ti dirò tutto quello che vuoi”
“Evviva”, intervenne Giovanni, “adesso si pagano pure le informazioni per strada”
Il fratello di Giacomino guardava i ragazzi con aria curiosa.
“Fatti un tiro, dai, stronzo”, disse Francesco ruotando la sigaretta tra le dita e infilando il filtro tra le labbra di Giacomino. Poi, rivolto a Giovanni, aggiunse: “E voi non rompete i coglioni”
Il ragazzino inspirò a fondo e soffiò verso l’alto il fumo. Poi si rivolse al fratello: “E tu vedi di non dire niente alla mamma, capito? Se no ti faccio vedere io”. L’altro annuì e Giacomino si rivolse ai ragazzi: “Ditemi, che vi serve?”
Riprese Francesco: “Allora, chi ha detto messa?”
“Beh, oggi è stato Padre Romano. E devo dirvi che è stata anche una messa veloce, per fortuna”
“C’era il coro?”, intervenne Alberto.
“No, oggi niente coro. Se non lo sapete, la maestra Rina ha fatto un incidente stradale e deve stare a letto. Perciò, se non c’è la maestra del coro non si canta.”
“Ecco, questa è un’informazione interessante. Spero che Padre Romano ci abbia fatto sopra una preghierina particolare per lei”
“Certo, ci mancherebbe. Abbiamo pregato per la sua guarigione rapida.”
Pipì ricordò agli altri che la maestra Rina era stata sua insegnate di catechismo ma nessuno diede importanza alle sue parole.
“Cosa vuoi che ci freghi”, gli disse Alberto. Poi tornò rivolgersi a Giacomino: “Che ha detto alla predica?”
Il ragazzo afferrò la mano di Francesco, se la avvicinò alla bocca e aspirò dalla sigaretta una nuova boccata.
“Allora”, proseguì, “ha parlato della fame nel mondo e dei missionari. E poi ha detto che in questa settimana qui all’oratorio raccoglieremo in soldi per la missione di uno che conosce Padre Romano, una missione in Africa.”. Indicò il bar alle spalle dei ragazzi. “Metteranno lì un coso per raccoglie